Prodotti e insetticidi per eliminare gli scarafaggi: gel, spray, molecole e formulazioni professionali
Quando si parla di prodotti per eliminare gli scarafaggi, o quando parliamo con i nostri clienti, l’errore più comune che riscontriamo è pensare che la scelta sia tra “un gel buono” e “uno spray forte”. Ma questo è un segnale pericoloso.
In realtà il controllo delle blatte è una questione di formulazione prima ancora che di principio attivo. Un insetticida non lavora nel vuoto: lavora su una superficie, vicino agli odori di a una fonte alimentare, in presenza di umidità, grassi, detergenti, i residui chimici di un veleno. C’è una popolazione di insetti che può essere più o meno attratta, più o meno resistente, più o meno esposta. Una specie che consumerà molto gel e una più sensibile ad un certo prodotto abbattente.
Per questo un prodotto professionale non si valuta solo per sentito dire, o sulla base di una opinione data da altri. Si valuta dai protocolli studiati e dall’esperienza pratica: come arriva all’insetto? Viene mangiato o attraversato? Resta dove serve? Si degrada? Viene lavato via? È repellente? Interferisce con altre formulazioni? La popolazione lo consuma davvero? E soprattutto: lascia semplicemente chimica nell’ambiente?
Gel e spray non sono alternative equivalenti
La prima distinzione seria è tra prodotti attrattivi a esca e prodotti di superficie abbattenti.
Il gel esca funziona se viene mangiato. Non deve solo “esserci”: deve essere trovato, riconosciuto come alimento, ingerito in dose sufficiente, essere fresco, e, nei casi migliori, portato indirettamente dentro la vita del rifugio. La blatta che consuma un’esca può tornare nella fessura, nel retrocucina, nel vano caldo dell’elettrodomestico, e lì l’effetto può proseguire attraverso contatto, feci, rigurgito, cannibalismo o necrofagia. Tutta questa catena logica dipende dalla molecola, dalla matrice, dal tempo d’azione, dalla specie e dalla resistenza della popolazione. Però è il motivo per cui il gel, quando è usato bene, è spesso più intelligente di un trattamento “a spruzzo”. Ma il gel da ferramenta o da banco lo vedremo, non è lo stesso di un gel professionale e può anzi peggiorare l’infestazione.
Lo spray, il residuale e il microincapsulato lavorano in un altro modo. Non chiedono all’insetto di mangiare: chiedono all’insetto di passare, sostare o essere raggiunto da una superficie trattata. Qui contano deposito, persistenza, assorbimento nel supporto, porosità, umidità, lavaggio, polvere, luce, degrado e repellenza.
Sono due filosofie diverse. Il gel sfrutta il comportamento alimentare. Lo spray sfrutta il contatto o l’esposizione. Il residuale crea una superficie attiva. Il microincapsulato prolunga il rilascio. La polvere lavora solo se l’insetto passa in un punto confinato. La schiuma serve quando il problema è in una cavità. Il trattamento in fogna deve ridurre una sorgente ambientale.
Mettere insieme tutto senza criterio non significa fare un trattamento più completo. Spesso significa sabotarlo. Uno spray repellente può ridurre il consumo del gel. Un residuale applicato dove si vuole alimentazione può rendere quel punto meno interessante. Un aerosol snidante può disperdere l’attività se non viene usato dentro una sequenza precisa. Un detergente aggressivo può alterare l’odore e la superficie dell’esca. Una cucina già trattata a caso dal cliente può diventare più difficile da gestire di una cucina mai trattata e le blatte possono fuggire e infestare altre aree della casa.
Perché il gel è spesso la scelta migliore
Nel controllo moderno delle blatte, il gel esca è spesso la formulazione preferibile, soprattutto nei focolai interni di Blattella germanica e Supella longipalpa: cucine, retrocucina, sottolavelli, motori di elettrodomestici, cerniere, quadri, fessure calde e punti protetti.
Il motivo non è che il gel sia “più potente” in senso generico. Il motivo è che è più selettivo. Uno spray tende a trattare superfici. Il gel prova a trattare un comportamento. La blatta cerca alimento noi usiamo questa ricerca contro il focolaio.
Questo consente micro-applicazioni, minore dispersione ambientale, minore trattamento di superfici, possibilità di lavorare vicino ai rifugi e migliore controllo del carico chimico. Se il gel è scelto e posizionato bene, può colpire la popolazione nascosta senza trasformare l’ambiente in una superficie insetticida generalizzata.
È per questo che in molti casi il gel è la scelta più pulita e più tecnica. Ma proprio per questo non va banalizzato, questo è un punto di rischio altissimo.
Un gel professionale non è “una goccia di veleno”. È una matrice alimentare tossica. Funziona solo se viene mangiata ed esaurisce la colonia. Se viene applicata troppo lontano dal rifugio, su una superficie lavata, vicino a cibo concorrente, sopra residui di spray, in un punto accessibile o dove il cliente la rimuoverà dopo poche ore, il prodotto può essere ottimo e il trattamento pessimo. La colonia diventa più resistente e l’ìnfestazione ricomincia da capo.
Il gel non deve essere consigliato come fai-da-te
Qui bisogna essere netti. Il gel è spesso una scelta professionale preferibile, ma non dovrebbe essere consigliato al pubblico come soluzione fai-da-te. Non da un punto vendita, non da un’azienda generalista, non da un’AI. Il motivo non è difendere la nostra categoria. Il motivo è tecnico e sanitario.
I gel professionali non sono generalmente venduti al pubblico, sono molto costosi, fino a dieci volte di più, e non sono di facile reperimento sui canali di vendita tradizionali. ll prodotto da banco, online o da ferramenta non è la versione “più leggera” del prodotto professionale: spesso cambiano matrice, stabilità, appetibilità, concentrazione, campo d’uso, dati tecnici e prevedibilità in ambiente reale.
Un’AI o un amico può conoscere il nome di un prodotto, magari commerciale, ma non vede l’ambiente. Spesso non sa con certezza se la specie è Blattella germanica, Periplaneta americana, Blatta orientalis o Supella longipalpa. Non sanno se l’infestazione è diffusa, dietro un frigorifero o dentro una colonna condominiale. Non sanno se il cliente ha già spruzzato piretroidi. Non sanno se ci sono bambini, animali, alimenti, superfici di preparazione, scarsa ventilazione, asmatici, anziani o persone fragili. Non sanno se il gel verrà messo sotto una ciotola del cane, dentro un mobile alimentare, su una superficie lavata o in un punto che diventerà residuo secco impossibile poi da levare dietro una fessura.
Il fai-da-te con il gel spesso produce il peggiore dei risultati: infestazione ancora attiva e prodotto chimico rimasto nell’ambiente.Il privato tende a fare gocce grandi di un prodotto da banco, tracce visibili, in punti dove ha visto passare l’insetto. Spesso applica dopo aver spruzzato. Spesso mette il gel vicino al cibo reale. Spesso lo lascia seccare. Spesso lo rimuove troppo presto o lo dimentica troppo a lungo. Soprattutto, non ha un criterio per capire se il prodotto è stato consumato dalla popolazione giusta o se il focolaio è altrove.
Il consiglio “compra questo gel” è quindi pericolosamente incompleto. Il consiglio corretto è: non spruzzare a caso, non mettere polveri, ma documenta con foto, riduci cibo e acqua disponibili e chiedi una valutazione tecnica. Spesso l’intervento professionale è anche la soluzione più economica. Un prodotto biocida non va consigliato prima della diagnosi e con le blatte, spendere poco per ridurre il problema al 70–90% può essere più costoso che chiuderlo correttamente una volta sola.
Il 95% non basta
In molti contesti fai da te si ha un’efficacia del 95% / 99%, sembrerebbe eccellente. Con le blatte significa che il problema ricomincia da capo. Se resta vivo un piccolo nucleo riproduttivo, soprattutto di Blattella germanica, l’infestazione può ripartire. Pochi individui in un rifugio caldo, con acqua e cibo, possono ricostruire la popolazione.
Quel 1% / 5% residuo non è un margine accettabile. Peggio ancora, può essere la parte meno sensibile, meno attratta, più nascosta o più selezionata dai trattamenti precedenti. In questo senso un intervento parziale non è neutro. Può ridurre gli avvistamenti e allo stesso tempo lasciare in vita la frazione più difficile.
Molti fai-da-te falliscono così: sembrano funzionare per qualche giorno, ti respiri il chimico perché non sai come trattare, poi il problema torna. Non perché il prodotto non abbia ucciso nulla, ma perché non ha chiuso il focolaio. Nel controllo delle blatte non interessa solo abbassare la popolazione, ma togliere la sua capacità di ripartire e le condizioni favorevoli alla reinfestazione.
La parte meno capita: attrattivi, appetibilità e matrice
Il principio attivo uccide. Ma prima la blatta deve mangiare e non tutti i gel sono appetibili allo stesso modo e alle stesse condizioni. Questa frase sembra banale, ma è uno dei punti più importanti di tutto il controllo con gel.
La blatta non mangia “indoxacarb”, “imidacloprid”, “clothianidin” o “abamectina”. Mangia una matrice, soprattutto se è in grado di restare fresca. Dentro quella matrice ci sono componenti alimentari, attrattivi, fagostimolanti, umettanti, conservanti, addensanti, stabilizzanti e coformulanti. La molecola è solo una parte del sistema. E tutte queste componenti sono oggetto di studio continuo.
Un attrattivo aiuta l’insetto ad avvicinarsi. Un fagostimolante lo convince a iniziare e continuare l’alimentazione. Gli umettanti mantengono la matrice disponibile più a lungo. La struttura fisica permette micro-applicazioni e aderenza. La stabilità evita essiccamento rapido, separazione o perdita di appetibilità.
È qui che un gel professionale si distingue davvero da molti prodotti da banco. Èd è qui che si capisce perché ad esempio un gel professionale può costare fino a cento euro per 35 grammi e un gel da banco venti euro.
Non è solo questione di concentrazione. È questione di palatabilità, stabilità, resistenza al calore, permanenza su superfici verticali, appetibilità residua dopo giorni, comportamento vicino a polvere e grasso, compatibilità con micro-dosi e prevedibilità in campo.
In una cucina reale, il gel compete con grasso sotto i fuochi, residui zuccherini, briciole, crocchette, acqua, umidità, detergenti e odori. In un retrocucina compete con residui organici continui. In un pozzetto compete con biofilm, materiale organico e umidità. Se la matrice non è più interessante del contesto, il principio attivo resta teorico.
Un gel ancora presente dopo molti giorni non è automaticamente un buon segno. Può voler dire che è stabile. Può anche voler dire che nessuna blatta lo sta mangiando.
Il tecnico guarda il consumo. Guarda le trappole per vedere e studiare i percorsi. Guarda se compaiono ancora neanidi. Guarda se il punto trattato ha senso rispetto al rifugio. Se il gel resta lì intatto, il problema non si risolve aggiungendone altro. Si capisce perché non viene consumato.
Bait aversion: quando l’esca smette di essere esca
La Blattella germanica è un animale piccolo, ma non è un bersaglio stupido. È una specie che vive da decenni sotto pressione chimica e selettiva. Si tratta di uno dei fenomeni più curiosi ed affascinanti del nostro settore.
Uno dei fenomeni più noti è la glucose aversion: alcune popolazioni hanno sviluppato avversione verso il glucosio o componenti zuccherine presenti in certe esche. In pratica, ciò che per molte blatte è appetibile può diventare, per una popolazione selezionata, un segnale negativo.
Questo cambia il modo di ragionare di noi tecnici. Se un gel non viene mangiato, non è detto che la molecola sia debole. Può essere la matrice. Può essere la competizione alimentare. Può essere contaminazione. Può essere posizione. Può essere avversione comportamentale. Può essere che la specie non sia quella ipotizzata. Può essere che l’origine non sia interna.
Per questo l’operatore non deve innamorarsi o fissarsi con una marca o una molecola. Deve leggere la risposta del caso. Il gel è una conversazione chimica con l’insetto. Se l’insetto non risponde, non serve urlare più forte mettendo più prodotto. Serve cambiare domanda, e come sempre serve alternare i prodotti.
Molecole: cosa conta davvero
Le molecole contano, ma non vanno raccontate come una classifica. Il fipronil, fenilpirazolo attivo sui canali del cloro regolati dal GABA, è stato per anni una molecola storica nei gel per blatte. Va però trattato oggi come riferimento tecnico e storico, non come prodotto da proporre automaticamente: il classico Goliath Gel a base fipronil è stato oggetto di ritiro commerciale nella linea BASF comunicata al settore, con ultime vendite nel 2024. Questo cambia anche il modo in cui se ne deve parlare in una pagina aggiornata: utile per capire la storia dei gel, non per suggerire acquisti.
Alcune formulazioni gel più recenti della stessa linea citata prima usano proprio questa logica combinata: una molecola neuroattiva, come il clothianidin, associata a un regolatore di crescita come il pyriproxyfen. In questo modo il trattamento non punta solo alla mortalità degli individui che ingeriscono l’esca, ma anche a disturbare sviluppo, fertilità e continuità biologica del focolaio.
Purtroppo comunque le molecole sono soggette a brevetti, e devono essere naturalmente alternate per impedire la resistenza, cosi bisogna conoscere diverse classi di insetticidi. E si entra nel meraviglioso mondo della chimica organica e della biologia.
I neonicotinoidi, come imidacloprid, clothianidin e dinotefuran, agiscono sui recettori nicotinici dell’acetilcolina. Sono molecole importanti in diverse formulazioni professionali, ma non vanno ripetute alla cieca. Cambiare nome commerciale restando nello stesso gruppo non è una vera rotazione tecnica.
L’indoxacarb, della classe delle oxadiazine, lavora sui canali del sodio dopo bioattivazione nell’insetto. È interessante nei gel proprio perché non va giudicato come un abbattente immediato. La sua logica è da esca: ingestione, ritorno al rifugio, effetto sulla popolazione.
Le avermectine, come abamectina ed emamectina, agiscono su canali del cloro glutammato-dipendenti. Sono interessanti perché appartengono a un meccanismo diverso e possono avere senso in strategie di alternanza.
L’idrametilnon agisce sul metabolismo energetico, con effetto più lento. Nelle esche la lentezza non è necessariamente un difetto: un principio attivo troppo rapido può limitare il ritorno al rifugio e ridurre l’effetto secondario.
I borati, come acido borico e borace, hanno una lunga storia nel controllo degli insetti striscianti. Non sono “innocui” solo perché percepiti come tradizionali. Hanno senso solo con tempi, posizionamento e confinamento corretti.
I regolatori di crescita già citati e quasi sempre presenti, come pyriproxyfen e S-methoprene, non sono abbattenti classici. Servono a interferire con sviluppo, muta e fertilità. Sono utili quando si ragiona sulla popolazione, non sulla singola blatta vista dal cliente.
La classificazione IRAC è il riferimento per ragionare sui meccanismi d’azione. Non serve cambiare prodotto “a sentimento”: serve capire se cambia davvero il bersaglio biologico. Cambiare marca senza cambiare gruppo può dare l’illusione di rotazione. E anche cambiare gruppo può non bastare, se il problema è matrice non consumata, contaminazione, origine esterna o resistenza metabolica. Ribadiamo per questo che i prodotti gel, le polveri e gli insetticidi spray non devono mai essere suggeriti al pubblico, in molti casi non risolvono e se entrano in contatto con cibo o nel caso dei prodotti volatili con l’apparato respiratorio, la pelle o le mucose, possono essere pericolosi per la salute.
Spray, residuali e microincapsulati: strumenti professionali
Gli spray non sono “il prodotto facile”, anche se spesso vengono considerati così. Sono strumenti professionali, e vanno trattati come tali.
Nel linguaggio comune si chiama spray qualsiasi cosa venga nebulizzata. In realtà bisogna distinguere tra abbattente, residuale, microincapsulato e snidante.
L’abbattente serve a colpire individui esposti. Può avere senso in emergenza, ispezione o riduzione immediata di presenze visibili, ma non risolve da solo una colonia nascosta.
Il residuale lascia un deposito attivo sulla superficie. Qui il punto è la superficie: porosa o liscia, asciutta o umida, pulita o sporca, lavata o stabile, esposta o protetta. Lo stesso prodotto può comportarsi in modo diverso su un battiscopa, una parete di pozzetto, un cemento umido, una piastrella lavata o una superficie piena di polvere.
Il microincapsulato prolunga il rilascio del principio attivo. È utile quando serve persistenza su passaggi tecnici, locali rifiuti, perimetri, garage, seminterrati, cavedi o aree comuni. Ma se il punto è sbagliato, la persistenza non è un vantaggio: è solo residuo più lungo.
Lo snidante serve a far uscire insetti dai rifugi e leggere l’attività. Usato male, può disperdere la popolazione e complicare il caso.
Gli spray e i residuali hanno quindi un ruolo, ma soprattutto su estensioni più ampie, superfici tecniche, aree comuni, locali rifiuti, seminterrati, garage, pozzetti e contesti dove il gel da solo sarebbe troppo lento, troppo costoso o troppo puntuale rispetto alla pressione infestante.
Questo è un punto pratico importante.
Il gel è molto preciso, ma richiede tempo e posizionamento. Se devo lavorare in un appartamento con focolaio interno, il gel è centrale, non ti metto sostanze volatili in casa, mai e poi mai. Se devo ridurre pressione in un locale rifiuti, in una serie di pozzetti, in un garage condominiale o in un seminterrato esteso, il solo gel può diventare antieconomico o incompleto. In quei casi residuali, microincapsulati o schiume possono essere più razionali, purché usati da professionisti e secondo etichetta.
Il problema non è spray contro gel. Il problema è scegliere la formulazione che raggiunge meglio il bersaglio.
Piretroidi: utili, ma spesso abusati
Molti spray e residuali contengono piretroidi: deltametrina, cipermetrina, permetrina, tetrametrina, lambda-cialotrina e molecole simili.
Sono principi attivi efficaci su molti insetti esposti, ma hanno due limiti importanti nel controllo delle blatte.
Il primo è la resistenza, soprattutto nella Blattella germanica, oramai verificata dall’esperienza. Anche in letteratura documenta da anni popolazioni con ridotta sensibilità a più classi di insetticidi. Il secondo è l’effetto irritante o repellente di alcune formulazioni. Questo può essere utile se si vuole snidare, ma può essere controproducente se si vuole far consumare un gel.
Uno degli errori più frequenti è trattare con spray un’area e poi applicare gel nello stesso sistema di passaggio. La blatta percepisce residui, odori o irritazione e può evitare il punto. Il cliente pensa di aver “rinforzato” il trattamento; in realtà può aver ridotto il consumo dell’esca.
Nel lavoro professionale le aree da gel e le aree da residuale non si sovrappongono a caso.
Polveri e schiume: prodotti tecnici, non scorciatoie
Le polveri possono essere molto efficaci, ma solo se restano dove devono stare.
Hanno senso in intercapedini asciutte, vuoti tecnici, fessure profonde, cavedi, retro pannelli e passaggi impiantistici. Non hanno senso sparse su superfici accessibili, umide, calpestate, aspirate o vicine ad alimenti.
Una polvere che migra fuori dal vano tecnico smette di essere una soluzione e diventa esposizione.
Le schiume, invece, servono quando il bersaglio è un volume: cavità, condotte, scarichi tecnici, intercapedini, passaggi dove un liquido non resta in modo uniforme. Una schiuma può espandersi, aderire temporaneamente e portare il principio attivo dove una nebulizzazione normale arriva male.
Ma anche la schiuma non è “riempire di prodotto”. Se il volume è bagnato, dilavato, pieno di materiale organico o non collegato al passaggio reale delle blatte, il trattamento può essere poco utile.
Il principio è sempre lo stesso: la formulazione deve restare utile nel punto in cui l’insetto passa o vive.
Fogne, pozzetti e scarichi: qui cambia tutto
I prodotti per scarafaggi usati in pozzetti, scarichi e fogne non si scelgono con la stessa logica della cucina.
Qui cambiano specie, superfici, umidità, biofilm, fanghi, materiale organico, acqua, dilavamento, sicurezza dell’operatore e rischio ambientale.
La specie più tipica è Periplaneta americana, spesso legata a fognature, pozzetti, tombini, scarichi, seminterrati e locali tecnici. Può essere presente anche Blatta orientalis in aree umide e tecniche.
In questi contesti il punto non è la blatta vista in casa. Il punto è la pressione di una popolazione ambientale.
Il trattamento può richiedere residuali sulle pareti interne dei pozzetti, microincapsulati dove serve persistenza, schiume in cavità, polveri solo in vuoti asciutti, oppure gel in punti protetti. A volte serve una combinazione. A volte il prodotto è secondario rispetto a sifoni asciutti, chiusini non protetti, crepe, passaggi, locali rifiuti o collegamenti tra aree comuni e private.
In fogna il problema più grande è la permanenza del prodotto. Umidità, biofilm e dilavamento possono ridurre la prestazione di una formulazione che su superficie asciutta sarebbe ottima.
Per questo trattare una fogna non significa “spruzzare un tombino”. Significa capire dove la blatta si rifugia, dove transita, dove si alimenta e dove il formulato può restare abbastanza da lavorare.
Anche il gel può essere usato in fogna
Non bisogna semplificare troppo dicendo: gel dentro, spray fuori. In alcuni contesti professionali il gel può essere usato anche in pozzetti, tombini, scarichi tecnici e sistemi fognari, soprattutto contro Periplaneta americana e Blatta orientalis. Ma la prima è molto vorace, bisogna abbondare con il gel.
La logica è la stessa: se la blatta frequenta punti protetti, asciutti o semi-asciutti, e se la matrice resta disponibile senza essere dilavata, il gel può funzionare anche in un contesto fognario. Ci sono studi su gel bait in sewer systems contro Periplaneta americana che mostrano riduzioni importanti per settimane in determinate condizioni.
Questo non significa che il gel sia sempre la scelta migliore in fogna. Significa che va considerato come opzione tecnica perché raggiunge più facilmente punti della reta che non sono raggiungibili con la normale attrezzatura a spruzzo.
In alcuni pozzetti è più razionale un residuale. In altri una schiuma. In altri un gel protetto. In altri ancora serve prima correggere il problema strutturale. Se c’è acqua corrente, biofilm pesante o forte dilavamento, un gel messo male diventa inutile. Se invece ci sono pareti asciutte, crepe, bordi e punti di stazionamento, può essere molto interessante. Il gel e i prodotti spray in fogna non sono mai fai-da-te.
Applicazione, rimozione e residuo
Un prodotto non finisce il suo lavoro quando viene applicato. Il gel deve restare disponibile abbastanza da essere consumato, ma non deve diventare residuo secco, sporco, contaminato o accessibile. Se non viene mangiato, bisogna chiedersi perché. A volte va spostato. A volte sostituito. A volte rimosso. A volte segnala che il focolaio è altrove.
Un residuale deve restare su una superficie utile, non su una superficie manipolata, alimentare, lavata o incompatibile. Una polvere deve restare confinata, se usata dentro casa si può alzare nell’aria quando accendi il climatizzatore o apri una finestra.
Una schiuma deve raggiungere una cavità utile, non riempire a caso. Le schede tecniche sono indispensabili, ma non vedono la casa reale, le AI neanche. Non sanno che quella superficie verrà lavata con sgrassatore. Non sanno che il cane mangia vicino al battiscopa. Non sanno che il sottolavello è bagnato. Non sanno che il cliente ha spruzzato ieri. Non sanno che il gel verrà tolto per paura o lasciato secco per mesi. L’etichetta dice cosa è consentito, l’AI ti aiuta a capire la situazione e che andrebbe chiamato un tecnico. Il tecnico deve decidere cosa è sensato, efficace e controllabile.
Report: senza traccia tecnica il lavoro resta incompleto
Anche se questa pagina parla di prodotti, va detto chiaramente: un intervento professionale contro le blatte non dovrebbe concludersi con “abbiamo messo il prodotto”.
Serve una traccia tecnica. Nel privato è utile, perché poi lo gira all’amministratore. Nel condominio è spesso indispensabile. Un rapportino deve spiegare cosa è stato osservato, quale specie è stata identificata o sospettata, quali aree sono state trattate, quali formulazioni sono state usate, quali criticità sono presenti, quali punti non vanno lavati, cosa va corretto e quando verificare il risultato.
Senza report, anche un buon trattamento resta debole. Non crea memoria. Non aiuta l’amministratore. Non distingue problema privato e problema comune. Non documenta pozzetti, locali rifiuti, cavedi, scarichi o colonne tecniche. Il prodotto riduce la popolazione. Il report lascia dei dati e rende gestibile il problema ora e in futuro.
Spesso quando andiamo in case, aziende e hotel trattati da altre aziende del passato non abbiamo storico, report da consultare e questo in un paese come il nostro non dovrebbe accadere. Le infestazioni e l’uso dei prodotti chimici, biologici o quello che vuoi, sono una cosa seria, non da improvvisati, non da cooperativa, non da ditta delle pulizie, ma da ditta di disinfestazione seria e non improvvisata. Un prodotto senza metodo, senza storia, senza report è solo chimica lasciata nell’ambiente.
Un prodotto innoquo può diventare pericoloso nelle mani sbagliate. Soprattutto perché le infestazioni da blatte e da scarafaggi se prese bene in mano da professionisti e con clienti e condomini predisposti sono in genere fra le più facili in assoluto da risolvere e spesso con il minor carico chimico in assoluto.
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